LA CARCASSA DELL’ELEFANTE

Burundi, paese che ho scoperto nel 2000 e che da allora amo con passione. Paese in cui ho trovato l’amore, in cui ho fondato la mia famiglia, un paese per il quale metto tutta la mia energia attraverso il mio lavoro esaltante al Centre Jeunes Kamenge.
Un paese con i suoi abitanti più che ospitali ed accoglienti.
Paese che ho scelto e che mi ha ricompensata adottandomi. Burundi, una famiglia!
Burundi, paese per cui nutriamo tanta speranza, paese che vorrebbe uscire dal marasma che lo caratterizza e tuttavia…
Lasciatemi dunque farvi una confidenza. Nei miei momenti di depressione e di sconforto a causa del Burundi, ecco i pensieri che attraversano il mio spirito: il Burundi mi dà, me lo ripeto nei momenti di pessimismo più forti, l’impressione di essere la carcassa di un elefante della quale tutti si devono servire in tempo, prima che non ne resti che lo scheletro. Questa mentalità, molto presente in Burundi, assicura lentamente la morte del Burundi stesso.
Qualunque sia l’oggetto, e la grandezza della torta, numerosi attori della società burundese preferiscono servirsi per mantenere le proprie piccole famiglie o clan piuttosto che rispettare dei processi chiari, trasparenti ed efficaci, indispensabili all’attuazione di diversi progetti, molto vari.
Progetti che includono ovviamente dei budget allocati per la costruzione di strutture o per l’attuazione di differenti processi; strutture e processi che permettano al paese di affrontare le numerose lacune, di svilupparsi rispondendo ai bisogni della popolazione sia a livello sociale che economico.
Di esempi non ne mancano: il campo da basket in parquet inutilizzabile da quando è stato chiuso per lavori di manutenzione che dovevano durare 3 mesi; questo campo che riuniva numerosi sportivi durante tutta la settimana non esiste più da più di un anno ormai. Perché?
Perché i lavori sono iniziati e poi si sono fermati per la semplice e vergognosa ragione che i fondi per continuare e finire ciò che si era iniziato sono “spariti”!
La strada di Rumonge, stessa storia. La costruzione di nuove scuole finanziate da grossi finanziatori internazionali, che risultano alla fine essere in legno e teli invece che in mattoni cotti! Ecc. ecc…Storie come queste ne esistono a centinaia, per non dire a migliaia, in un piccolo paese con così tanti bisogni per la sua gente…
Allora vi interpello a riguardo di ciò: quando la carcassa dell’elefante sarà totalmente consumata, cosa ne sarà del Burundi?
Risposte come “capisci, chiudo gli occhi davanti a ciò perché non voglio farmi troppi nemici” vengono date, o quantomeno pensate, da un gran numero di burundesi che vorrebbero che la situazione cambiasse ma che hanno paura.
Possiamo quindi ammettere che il terrore regna, che l’egoismo e la paura motivano le azioni di ciascuno.
A tutti gli uomini e le donne desiderosi di cambiare la situazione, di non considerare più il paese come un cadavere, mi permetto di ricordare ciò: Luther King, Gandhi, Mandela, Sankara, Romero, Che Guevara, hanno dovuto battersi contro questo modo di pensare, che consiste nel guardare solo ai propri bisogni ed interessi, nel prendersi gioco del proprio popolo, del proprio paese, dell’avvenire dell’umanità…solo gli uomini e le donne coraggiosi potranno cambiare la situazione, e più saranno numerosi, più sarà facile!
Questa presa di coscienza mi sembra importante in un paese in cui tutti, eccetto pochi divisionisti, sognano la pace.
Le scelte individuali che ciascuno prende nella propria vita quotidiana sono importanti tanto quanto quelle che adottano i nostri dirigenti.
Che l’onestà ed il senso di cittadinanza vincano e superino l’egoismo e l’avidità di coloro che spogliano di ogni speranza e sviluppo il nostro bel paese!
Questo non è altro che un invito a curare l’elefante, sempre vivo anche se gravemente ferito, e che necessita di ciascuno di noi per risvegliarsi, curarsi, rinforzarsi, riprendere le forze e vivere ancora, piuttosto che continuare a rimanere l’animale senza vita e senza avvenire che è ora.
A voi il gioco, cittadini del Burundi, ve lo domando per amore del nostro paese: risvegliate l’elefante!
Claire Olivier Gatabazi