Se pensiamo a Bujumbura - Bujumbura 2008
ci torna alla mente la situazione di Gerusalemme ventisei secoli fa. Nel libro di Geremia essa è descritta con una sola parola: desolazione. L’autore scrive: “si trasforma il paese in desolazione” (2,15).
Sì, desolazione a Gerusalemme allora, desolazione in Burundi oggi. Per rendersi conto basta pensare alle notizie degli scorsi giorni: nel campo militare di Mudubugu (a una ventina di chilometri da Bujumbura) sono state fatte esplodere 664 mine anti-personali.
E, stando al presidente della Repubblica, in Burundi ci sarebbero ben 238 zone del territorio nazionale sospettate di nascondere questo tipo di mine. Oppure basti pensare, ed è sempre una notizia degli scorsi giorni, che in Burundi un settantenne ha violentato una ragazzina di tre anni. Quale sarà il futuro di questa bambina? E quale il futuro di tante donne che escono a coltivare la terra e mettono un piede su una di queste mine?
I dati ufficiali (!) registrano - fino a oggi - 1549 vittime di tali esplosivi.
Da qui la domanda: e l’uccisione di Jérôme e Joëlle dieci mesi fa? E, a natale del 2006, il loro matrimonio?
Il loro matrimonio l’abbiamo vissuto come una svolta, un invito alla speranza. Sì, perché dall’ottobre 93, Jérôme era vissuto in mezzo agli spari: rischiava la vita nel Quartiere, rischiava la vita venendo al Centro.
E, un po’ come il Geremia della Bibbia, non voleva sposarsi. A suo tempo Geremia confessava:
Il Signore mi disse: “Non devi prendere moglie e avere figli in questo paese. Voglio confidarti che cosa accadrà ai bambini che nascono in questo luogo e ai genitori che hanno dato loro la vita: moriranno tutti straziati da mali orribili, resteranno senza funerali e senza sepoltura, saranno come concime dei campi, saranno uccisi in guerra o moriranno di fame, i loro cadaveri saranno lasciati in pasto agli uccelli rapaci” (16,1-4).
E in Burundi Jérôme non poteva prevedere un futuro molto diverso.
Eppure, a natale del 2006, ecco una svolta, il passaggio alla speranza. Jérôme si sposa. Osa sognare il futuro con Joëlle, osa sognare, con lei, il futuro per un figlio o una figlia. E assomiglia, questa svolta, a quella di Geremia. Anche il profeta biblico, mentre Gerusalemme è assediata e senza futuro, e mentre lui stesso è in prigione, decide di comprare un campo, e redige - in due copie - l’atto di acquisto alla presenza di testimoni. Poi ordina a Baruc:
Prendi i contratti di compra, quello sigillato e quello aperto, e mettili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo. Poiché così dice il Signore: Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese (32,14-15).
Un segno di speranza quello di Geremia, un segno profetico. Un segno di speranza, un segno profetico anche quello di Jérôme e Joëlle nel natale del 2006.
E con l’uccisione di Jérôme e di Joëlle il 7 maggio 2007? Tutto finito? No, non tutto è finito. E’ una tragedia, una tragedia per la coppia, una tragedia per tutti.
Eppure…
Eppure, nell’estate 2007 l’abbiamo visto con i nostri occhi. Abbiamo visto animatori e animatrici del Centro chinarsi sul racconto di Geremia che acquista il campo perché crede nel futuro. Li abbiamo visti cercare, sconvolti e sconvolte; li abbiamo visti cercare - nella pagina del profeta biblico e nella tragica morte della coppia burundese - qualche traccia di speranza, una speranza per loro, animatrici e animatori del Centro, e una speranza per il Burundi.
E li abbiamo rivisti, animatori e animatrici nei campi di lavoro, in ufficio, nelle mille attività al Centro e nei Quartieri; li abbiamo rivisti dar corpo a questa speranza. E alle sette di mattina, cantando i canti che Jérôme ci ha insegnato anche tra gli spari, gli occhi si inumidivano, e ognuno respirava in profondità e si lasciava riempire i polmoni dalla speranza, una speranza che sorreggeva gli impegni e abitava le fatiche della giornata fino alla notte, finché le luci del Centro si spegnevano, tardi, dietro Epimaque e Alphonse e, più tardi ancora, dietro Claudio, che uscendo trovavano il coraggio di augurarsi: “a domani”.
Renzo e MariaPia