Il 21 ottobre 1993 viene ucciso Ndadaye, il primo Presidente hutu eletto democraticamente, è all’indomani della sua morte che comincia la guerra, prima all’interno del paese e poi, dopo due mesi, anche nella capitale Bujumbura. Quello che posso dirti, quello che penso, è che questa guerra non è stata una guerra etnica ma una lotta per il potere politico, hutu e tutsi prima del ’1993 vivevano insieme e anche quando è scoppiata la ribellione a Kamenge sono rimasti insieme per difendere il loro quartiere dall’esercito.
E’ con l’arrivo dei politici, della gente del governo, che hutu e tutsi hanno cominciato a separarsi, molti hutu che erano al potere si erano rifugiati a Kamenge. Le autorità sensibilizzavano la popolazione alla causa hutu attraverso riunioni e elargendo denaro, e distribuivano armi incitando alla rivolta, incitando a cacciare i tutsi. In realtà prima della guerra, sia all’interno del partito Uprona che dell’esercito c’erano sia hutu che tutsi, ma le cariche più importanti erano detenute da tutsi del clan hima, provenienti dal sud, da Bururi. Essi non rappresentavano tutti i tutsi del paese, ma solo il loro gruppo, e solo quest’ultimo era avvantaggiato dall’esercizio del potere, molti tutsi erano contro la politica regionale dei tutsi hima.
Io sono nato e cresciuto a Kamenge, ma nel 1992 i miei genitori mi hanno mandato da mia nonna a Bujumbura rural, per imparare il Kirundi, poiché, essendo cresciuto in una famiglia swahilofona, avevo problemi con la lingua a scuola. Poco dopo, quando mia nonna è morta, la mia famiglia mi ha raggiunto, perchè bisognava occupare il terreno e badare alla casa, così quando è scoppiata la guerra noi eravamo li.
All’epoca, durante l’estate, i tutsi scendevano dalle colline con le loro vacche alla ricerca di pascoli, e risalivano tra settembre e ottobre, ma quando, immediatamente dopo la morte di Ndadaye sono cominciati gli scontri, l’amministrazione di Bujumbura rurale ha ordinato di tagliare gli alberi per bloccare tutte le strade, centinaia di tutsi sono rimasti intrappolati, molti sono stati uccisi con lance e macete. Anche mia zia ha perso la vita, lei era un’upronista, è stata fatta a pezzi: le hanno ordinato di fare il simbolo dell’Uprona (tre dita della mano destra rivolte verso l’alto), e le hanno tagliato le dita, poi la mano e il braccio, l’hanno trascinata fino a casa nostra e l’hanno uccisa davanti ai nostri occhi. Volevano uccidere anche mio padre, ma lui si è salvato perché era molto amato. La famiglia di mio padre è una famiglia ricca, ad ogni raccolto mia nonna donava una buona parte dei prodotti alle persone bisognose, ai batwa e anche ad alcuni hutu, quando i ribelli hutu sono arrivati per prendere mio padre, i batwa lo hanno protetto, dicevano “Prima di uccidere lui dovete uccidere noi.” Non tutti gli hutu uccidevano, solo quelli più sensibilizzati e politicizzati e, in genere, gli abitanti di una collina non uccidevano quelli della stessa collina, perché non avevano il coraggio di uccidere amici e parenti, dunque i ribelli venivano da fuori.
A Kamenge e Kinama, invece, è stato diverso, ma i tutsi in questi due quartieri non erano numerosi e molti avevano già lasciato l’area, alcuni addirittura scortati dai loro amici o parenti hutu.
Io e la mia famiglia siamo rimasti una settimana chiusi in casa, mentre fuori si massacravano, mangiando solo carne cruda o grigliata, poi sono arrivati i militari con i carri blindati per proteggere i tutsi sopravvissuti, e hanno ucciso molti ribelli hutu. Mio padre è stato preso dai militari e portato a Rushubi, si è rifugiato in una chiesa con altri tutsi, io e mio fratello più piccolo siamo scappati sulle montagne con alcuni hutu, che ci hanno protetto e nutrito senza badare alla nostra etnia. Non ricordo quanto tempo siamo rimasti li, ricordo solo che un giorno mia madre è venuta a cercarci e siamo partiti insieme, a piedi, alla ricerca di mio padre. Sulla strada incontravamo molti hutu armati di machete che ci chiedevano chi fossimo e quale fosse la nostra destinazione, ma ce la siamo cavata perché mia madre è hutu. Io e mio fratello siamo scesi a Bujumbura su un camion militare, uno di quelli che chiamano ‘je m’en fou’, e siamo stati accolti a Kamenge da nostra sorella, più tardi ci hanno raggiunto anche i nostri genitori. A Kamenge non c’era ancora la guerra, ma cominciavano ad organizzarsi e, dopo poco tempo, siamo stati costretti a scappare di nuovo: mio padre, tutsi, si rifugia a Nagagara (quartiere a maggioranza tutsi), io, mio fratello e mia madre a Buterere. Ma li stavamo malissimo, la gente moriva come mosche per la fame e le malattie, noi ci ammalavamo continuamente di malaria uno dopo l’altro, allora decido di raggiungere mio fratello grande, Egide, a Cibitoke. E’ a Cibitoke che ho assistito a scene orribili, vedevo i sans-echecs (gruppo di giovani ribelli tutsi) venire alla ricerca degli hutu, e i ribelli hutu arrivare per massacrare i tutsi. Quando è arrivato l’esercito i ribelli sono scappati verso Tenga e Kibira, e i soldati hanno incitato tutti quelli che non avevano nulla a che fare con la ribellione di lasciare le proprie case e rifugiarsi altrove, è stata una buona giustificazione per rubare tutto cio’ che potevano e distruggere tutto!!
Anch’io sono scappato e sono tornato a Buyenzi.
Tutti i quartieri, prima etnicamante misti, sono diventati dei ghetti etnici, hutu e tutsi hanno cominciato a vivere separati, e gli uni non potevano recarsi nei quartieri degli altri perchè avrebbero messo in pericolo la propria vita. Il Centro Giovani Kamenge era l’unico luogo in tutta la capitale, dove i giovani di etnie diverse potevano incontrarsi e vivere insieme, era l’unico luogo di Kamenge (quartiere hutu) dove io, in quanto tutsi, potevo recarmi senza paura. Il Centro aveva il potere di cambiare le persone, era frequentato da ribelli hutu, sans-echecs tutsi, fumatori di maryuana, che poco a poco cambiavano completamente vita, al Centro erano altre persone, persone normali, giovani comuni. Anche nel quartiere dove vivevo, con le persone che frequentavo facevo sempre il paragone con il Centro. Conoscere Claudio è stata una chance incomparabile, mi ha donato dei consigli che neanche mio padre poteva darmi, perchè mi considerava piccolo e nella nostra cultura sono i vecchi saggi che si occupano dell’educazione, ha preso il posto di mio nonno, che mi raccontava come bisogna essere nella vita, come bisogna comportarsi, quali valori rispettare, Claudio mi ha insegnato ad ascoltare e riflettere prima di agire, a valutare le conseguenze, mi ha educato alla semplicità, alla disponibilità e all’eguaglianza. Tra i 27mila iscritti al Centro ho avuto la fortuna di poter avere questo rapporto speciale con lui, e ciò mi ha spinto e motivato a donarmi per il Centro senza chiedere niente, volontariamente. Mio padre, inizialmente, non capiva perché trascorressi tutto il mio tempo libero al Centro Giovani Kamenge, e non poteva darmi sempre i soldi per pagare l’autobus, allora io andavo a piedi, nonostante la fatica. Potevo scegliere tra il profitto e l’obiettivo, ed ho scelto l’obiettivo, perché sia Claudio, che mio padre, potessero, un giorno, essere fieri di me.